Il Centro interculturale delle donne Alma Mater

Il contesto Struttura del centro

I servizi e le iniziative Riflessioni finali e conclusioni

di Giovanna Zaldini

Il Centro Interculturale delle donne Alma Mater nasce nel 1993 con il contributo ed il patrocinio del Comune di Torino e della Regione Piemonte su un progetto ideato e proposto da un gruppo di donne immigrate impegnate nell’associazionismo ‘etnico’ e sull’incontro di queste con un gruppo di donne italiane appartenenti ad una associazione femminile.

Le prime provengono da diversi paesi (Somalia, Marocco, Costa d’Avorio, Iran,) vivono in Italia da diversi anni, e nei loro percorsi di vita e professionali hanno acquisito competenze di analisi della situazione migratoria in Italia e avvertono l’esigenza di trovare forme di integrazione delle straniere nel tessuto sociale torinese, che non passino attraverso l’assistenzialismo e la problematizzazione.

Per questo, in occasione di un convegno l’8 marzo 1990 in cui si ‘parla’ delle donne immigrate, lanciano la loro proposta di creare una Casa delle Donne in cui finalmente le immigrate possono ritrovarsi, socializzare con le donne italiane abbattendo i muri delle reciproche diffidenze e indifferenze, e possono anche svolgere delle attività lavorative.

La proposta si incontra con la sensibilità e l’entusiasmo di un primo nucleo di donne italiane appartenenti all’associazione ‘Produrre e Riprodurre’ che decide di accettare la sfida e di percorrere insieme questa nuova pista.

Il contesto

Per una migliore comprensione del progetto ci pare importante contestualizzarlo storicamente e geograficamente.

Perché un gruppo di donne decide di mettersi insieme, conoscendosi poco o non conoscendosi affatto per imbarcarsi in un’impresa di questo tipo?

La realtà migratoria di Torino, alla fine degli anni 80, non si discostava affatto da quella italiana più generale, ed era caratterizzata dalla forte presenza di donne giunte sole per lavoro (oltre il 50%) scarsa consapevolezza del fenomeno a livello istituzionale conseguente assenza di interventi a favore di questa fascia di popolazione forte mancanza di integrazione sociale.
Per tutte queste ragioni le donne si trovavano a vivere una situazione di maggiore emarginazione di quella che vivevano gli uomini; ignorate nei programmi d’intervento messi in atto in seguito alle prime leggi sull’immigrazione (legge 943 e successivamente legge 39/90 o legge ‘Martelli’) non erano stati previsti né centri di prima accoglienza per loro, dando per scontato che chi fa la colf non ha bisogno di una propria casa, né corsi di formazione, né luoghi e momenti di aggregazione.

Non a caso infatti le promotrici del progetto nella prima bozza stesa e presentata alla Commissione Regionale per le pari opportunità, si definiscono ‘soldate ignorate’.

‘Soldate’ perché in Italia sono proprio le donne ad essere in prima linea e ad aprire la strada, in condizioni dure, e ‘ignorate’ per la loro invisibilità sociale di cui si è accennato.

L’idea era di creare una grande casa in cui si potesse dare accoglienza a quelle donne che, lavorando come colf presso le famiglie, non avevano la possibilità di aver e uno spazio loro, né potevano tenere presso di sé i propri figli.

Inoltre, nel loro immaginario, le donne avrebbero riempito questa casa di tutte quelle grandi e piccole cose di cui avvertivano la mancanza, o il potenziale interesse negli altri.

Era il caso della cucina etnica che sicuramente era una delle cose che maggiormente avvicinava immigrate ed autoctone.

Poiché a tutte era capitato di sentirsi almeno una volta nella propria storia chiedere ‘non faresti un piatto del tuo paese?’ tutte concordavano nel sostenere che il cibo è un ottimo strumento di educazione interculturale e che è più facile fare amicizie intorno ad un tavolo da pranzo.

L’altra idea era che, all’interno del mondo dell’immigrazione, erano presenti molte risorse e molte competenze, ma raramente a queste risorse si riconosceva la validità e la dignità del loro apporto.

‘..la società vede la nostra diversità solo dal lato negativo, mai come un arricchimento culturale’.

Agli immigrati si chiedeva, e si chiede tuttora, di essere il ‘testimone’ della propria cultura, unicamente per avvallare e dare più forza alle tesi e agli studi degli ‘esperti’ in un atteggiamento da etnologi.

Perché allora non creare un luogo in cui si desse realmente voce alle immigrate, in cui non si parlasse ‘delle immigrate’, ma le immigrate stesse potessero parlare di sé, dei propri paesi, delle proprie culture, non da testimoni ma da portatrici di valori , culture, tradizioni.

Un luogo in cui non si facesse ‘per’ le immigrate ma ‘con’ le immigrate.

Il Centro nasce pertanto per perseguire un duplice obiettivo:

essere un luogo in cui concretamente le donne di qualsiasi provenienza ed estrazione sociale possano imparare a vivere e lavorare insieme, ognuna con le proprie specificità, nel rispetto e nella valorizzazione delle diversità

offrire alle donne immigrate, relegate nella nicchia del lavoro domestico o della prostituzione, la possibilità di mettere a frutto le proprie esperienze lavorative, facendole diventare una risorsa per la collettività, o di acquisire o migliorare le proprie competenze professionali

Intorno al progetto vengono a crearsi sinergie e collaborazioni sino a quel momento impensabili.

L’idea stessa del progetto, un’esperienza al femminile, nata dalla creatività e dalla spontaneità delle donne, fa nascere alleanze, sviluppa ulteriori creatività, mette in moto esperienze e competenze.

Le promotrici cercano fin dall’inizio di coinvolgere il maggior numero possibile di donne, sia immigrate che italiane, siano esse private cittadine che donne delle istituzioni.

Viene creato un Comitato Promotore a cui aderiscono le più svariate componenti dell’associazionismo femminile locale, del mondo sindacale e imprenditoriale, e con l’appoggio della Commissione Pari Opportunità ed il sostengo delle Consigliere Comunali, il progetto viene presentato alla città di Torino.

Un ruolo determinante a questo punto assumono:

Si stabilisce che il primo anno di gestione venga affidato all’associazione ‘Produrre e Riprodurre’, in attesa di creare una nuova associazione che sia il frutto, il prodotto di questa mescolanza, ed esprima l’anima del Centro.

L’apertura del Centro avviene a metà settembre 1993, anche se i lavori di ristrutturazione non sono del tutto terminati, e nel maggio 1994 nasce la nuova associazione che viene chiamata ‘Almaterra’ mentre la casa, il luogo fisico, essendo conosciuto nel quartiere con il nome della ex-scuola, continua a mantenere il nome ‘Alma Mater’.

Nella lunga fase di gestazione del progetto e in attesa di poter finalmente aprire i battenti del Centro, le donne si attivano per:

Per questo nel 1992 vengono istituiti due corsi professionali, con finanziamenti del Fondo Sociale Europeo.

IL primo forma una ventina di donne immigrate di diversi paesi (Brasile, Costa d’Avorio, Filippine, Somalia, Camerun, Zaire, Marocco, Tunisia, ecc.) alla professione di ‘assistenti alla persona’.

In seguito queste donne daranno vita a due cooperative interamente femminili: La Talea e Mediazione che offrono servizi di assistenza, interpretariato, attività ricreative, di ristorazione.

Un secondo corso forma un gruppo di 15 donne immigrate provenienti anch’esse da una decina di paesi, alla professione di ‘mediatrice culturale’.

Una parte di queste lavorerà nella gestione del nascente Centro Alma Mater. (UP)

Struttura del centro

L’Alma Mater è una grande costruzione che risale al 1800, raccolta intorno a un grande giardino, nel quartiere Torino-Nord Barriera di Milano-Regio Parco.

Anche dal punto vista architettonico rimanda a un’idea di bello e di dignità che raramente si ritrova nelle strutture destinate agli immigrati, che sono solitamente anonime se non addirittura squallide.

Si struttura attualmente su due piani che si affacciano sul cortile alberato.

Un piano accoglie:

Il piano seminterrato invece, pensato per essere un ‘incubatore d’impresa’, è stato attrezzato per avviare piccoli laboratori o attività economiche gestite da quelle donne che, autonomamente o in forma cooperativistica, hanno un’idea d’impresa ma non posseggono i messi materiali e finanziari per iniziare e necessitano di un periodo di accompagnamento e sostegno.

Le attività finora avviate sono:

Una parte di queste attività, come ad esempio il bagno turco e la lavanderia, sono gestite dalle cooperative a cui si è accennato.

Questo intreccio tra le cooperative e l’associazione ha permesso alle prime di creare opportunità di lavoro per alcune donne straniere e alla seconda di offrire dei servizi alle proprie associate, che superano ormai il migliaio.

Ovviamente questi servizi non sono nati per essere utilizzati solo dalle straniere, ma per essere condivisi con le donne italiane, le quali imparano ad apprezzarli proprio per il fatto di essere connotati da un segno culturale ‘diverso’.

Alle donne migranti questi servizi e queste attività offrono la possibilità di conoscere e farsi conoscere dalla popolazione locale, finalmente in un ruolo non svalorizzato, ma bensì come portatrici di saperi e di cultura, in un nuovo rapporto paritario.

E’ rassicurante e gratificante sapere che i propri modi di accogliere, i riti, alcuni aspetti delle proprie tradizioni possono esser emessi in comune con altri ed essere adottati, per un benessere comune. (UP)


I servizi e le iniziative di Almamater

Per una migliore definizione e gestione sono state stabilite quattro grandi aree tematiche e di interesse:

Ognuna di queste aree ovviamente ha una responsabile, oltre a numerose altre collaboratrici e referenti per singoli progetti.
Questa parte di lavoro è in gran parte volontario.

Trasversale a queste quattro aree di intervento è la Banca del tempo.

Nata da circa un anno, è un luogo nel quale si scambiano prestazioni misurate in ore: si depositano cioè ore di disponibilità e si prelevano ore di bisogno.

Attualmente ci sono sia scambi individuali, sia con gruppi.

Uno di questi è un gruppo di madri di adolescenti che si incontra periodicamente con una psicologa, alla quale in cambio le donne restituiscono ore di prestazione in aiuto di vario tipo (piccoli lavori di sartoria, cene).

Altre donne ricevono lezioni di inglese e francese da una mediatrice iraniana e ricambiano con ore di accompagnamento e aiuto casalingo.

Il gruppo di Almateatro riceve ore di aiuto per i montaggi degli spettacoli e in cambio dà ore di laboratorio teatrale.

Tutte le socie della Banca interagiscono nelle diverse attività e offrono ore di volontariato in tutte le circostanze.


Riflessioni finali e conclusioni

Ciò che differenzia l’esperienza Almamater da altre esperienze interculturali o di impresa sociale è che, nel nostro caso, le due anime convivono all’interno del progetto.

Quello che connota il Centro è che l’interculturalità non è un parola, né un concetto teorico o una dichiarazione d’intenti, ma un agire quotidiano, l’esperienza di mettere insieme, mi si perdoni il bisticcio di parole, le diverse diversità: di genere, geografiche, etniche, religiose, linguistiche, somatiche.

Nel caso dell’Almamater questa esperienza deve anche avere una ricaduta, non solo educativa e di valorizzazione delle soggettività, ma anche lavorativa, o se vogliamo definirla in modo più concreto, economica.

Da qui il progetto di impresa sociale a valenza interculturale, e la mediazione culturale come politica trasversale, in cui la diversità, gli altri saperi, costituiscano un valore aggiunto e siano utilizzabili come risorsa economica.

Ma come conciliare i due aspetti?

Come far convivere la contraddizione che esiste tra lo svolgere delle attività che consentano alle persone di esprimere o migliorare i propri saperi e le proprie potenzialità, e la necessità di avere un reddito?

A questo proposito le aspettative e i bisogni sono diversissimi tra le donne del Centro, e sicuramente questo è il nodo cruciale intorno a cui si sviluppa la trama del progetto e l’esperienza di questi anni.

Già nella fase della progettazione, e successivamente nei corsi organizzati per formare le donne (corso per assistenti per anziani, corso per mediatrici culturali e corso NOW per la formazione all’impresa) emergeva il contrasto tra le diverse motivazioni, aspettative, bisogni.

Per la gran parte delle donne italiane coinvolte nel progetto, la motivazione alla partecipazione era di carattere ‘politico’, un percorso di rafforzamento di identità di genere, un confronto.

Queste donne avevano già una lunga militanza in comune nel movimento femminista, uno spirito di gruppo, e vivevano il Centro più come un luogo interculturale che come luogo di produzione economica.

La componente delle donne immigrate invece proveniva da esperienze di vita diverse: alcune più politicizzate, altre in cerca di realizzazione personale, altre ancora nutrivano nei confronti del progetto forti aspettative di realizzazione economica e di crescita sociale, avendo alle spalle il bisogno del alvoro più qualificato e meglio remunerato. Forse l’unica cosa che le accomunava era l’esperienza dell’essere straniera, di appartenere ad una minoranza visibile.

Rispetto a questa area di intervento, le diverse motivazioni delle donne tendono spesso a determinare una non chiarezza degli obiettivi

Per queste ragioni diventa difficile incontrare il soddisfacimento di tutte queste aspettative.

Quelle che cercano ‘un esperienza di vita’ focalizzano maggiormente i loro sforzi verso altri settori di intervento culturale e sociale, attribuiscono scarsa importanza al fattore economico e alla produzione di reddito, o addirittura li temono.

Quelle che cercano il posto di lavoro, restano da una parte deluse perché non si è ancora riuscite a crearne così tanti, e dall’altra possono vivere il Centro in modo strumentale, senza condividerne pienamente lo spirito.

Le donne invece che aspirano a creare un’impresa sociale non sono sufficientemente autonome sul piano economico, né sufficientemente sostenute in questo percorso.

Una conseguenza derivante dalla difformità di aspettative e motivazioni si riscontra immediatamente nella destinazione delle risorse umane e finanziarie: fatte salve le spese per la gestione del Centro, in questi anni gli sforzi maggiori sono andati verso quelle attività più prettamente sociali rivolte all’esterno e che rispondono a bisogni più pressanti.

E’ stato scelto di garantire il lavoro delle mediatrici culturali e nella fase iniziale di avvio del progetto, il lavoro di coordinamento.

Il rischio che si vuole evitare è di riproporre un servizio assistenziale.

Come si risolveranno nel tempo le contraddizioni, i conflitti?

E’ una domanda aperta.

Certamente per tappe, nel lavoro di tutti i giorni, sia nella continuità politica del gruppo sia nella perseveranza delle persone che si avvicinano per la prima volta al Centro.

(Da: "Animazione Sociale")