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- Tra lacerazioni, silenzi e derive clericali
- Parla Lea Melandri, memoria storica del movimento
- Luisa Muraro, filosofa della differenza
Tra lacerazioni, silenzi e derive clericali
Si incontrano sempre più spesso ai meeting di Comunione e Liberazione o nei blog organizzati dal Movimento per la
vita. Non importa se portano il piercing e hanno appena detto addio ai capelli verdi, oppure nei Settanta gridavano slogan
scomposti insieme alle radicali. Sono le femministe - giovani e meno giovani, di destra e di sinistra - convertite al verbo
del cardinal Ruini, non tutte credenti ma comunque schierate con le gerarchie, o anche militanti estranee al neoclericalismo
e però in sintonia con i vescovi negli argomenti versus l'onnipotenza scientifica. «Che c' è di strano? Nella mia vita mi
sono trovata in compagnie anche peggiori», dice Paola Tavella, 46 anni, una lunga esperienza al Manifesto e a Noi
donne, poi al ministero Pari Opportunità: da femminista di «sinistra e libertaria» - così si definisce - a proposito del
recente referendum ha firmato sul Foglio una lettera pro astensione che le ha fruttato simpatie nell'ortodossia cattolica. Al
suo fianco Alessandra Di Pietro, sensibile trentenne con pratica politica nei Centri Sociali, niente di più lontano
dalle insegne clericali, eppure anche lei invocata dall'ala più tradizionalista in chiusura di campagna referendaria («Ma
abbiamo detto no, dopo aver immaginato terribili scherzi da prete destinati ai preti», confessa la Tavella, rimasta una
ragazza degli anni Settanta che trova conforto solo nella meditazione yoga).
In un mondo che cambia, occorre trovare nuove alleanze. «Noi l' abbiamo trovata nella Chiesa cattolica», dice l' ex radicale
Eugenia Roccella, 51 anni, traslocata nell'arco d'un trentennio dalle file del Movimento di Liberazione della Donna
alla direzione di Ideazione, rivista della destra. Compagna di scuola di Nanni Moretti, è cresciuta in una famiglia
laicissima in cui lo spauracchio per grandi e piccini non era l'uomo nero ma le «terribili bande del cardinal Ruffo», evocate
dal pannelliano padre Franco («Per anni mi sono chiesta: ma chi sarà questo Ruffo?»). Insieme a Lucetta Scaraffia,
storica e influente giornalista con cui aveva firmato la contestata opera sulle Italiane, la Roccella ha appena licenziato un
libro che è un po' la summa del neo femminismo devoto, lo stesso amplificato sulle pagine del Foglio. S' intitola Contro
il Cristianesimo, lo pubblica la cattolica Piemme, ed è una difesa ad oltranza dei "diritti naturali" patrocinati dalla
Chiesa nell'ambito della sessualità, della riproduzione e della famiglia. Una sorta di rovesciamento - tipico del nouveau
réactionnaire - di tutti i principi fondamentali sostenuti dalle donne occidentali, specie sul versante della contraccezione
e dell'aborto, in nome dei quali oggi verrebbero perpetrate violente campagne di sterilizzazione forzata nel Terzo Mondo.
Argomentazioni sostenute in nome d'un nuovo femminismo «non provinciale né istituzionale», distante da quello bianco
occidentale accecato dal proprio privilegio. Al diavolo il principio di autodeterminazione. Bisogna guardare altrove, in
Bagladesh o in India. E allearsi con Ruini. Al recente meeting di Comunione e Liberazione le autrici sono state accolte da
ovazioni.
Ma cos'è, è scoppiato il femminismo italiano? Schiantato dall' esito referendario, lacerato
dalle contrapposizioni, c'è davvero il rischio di derive clericali o comunque di approdi lontani dalla propria storia? Non è
facile muoversi in un arcipelago frastagliato e diviso, articolato in celle chiuse e poco comunicanti, un po' diffidente
verso il mondo esterno, tradizionalmente "plurale" - come piace dire alle protagoniste - ma dai contorni quanto mai
slabbrati. «Io non generalizzerei una tendenza che coinvolge solo frange minoritarie», mette in guardia Maria Luisa
Boccia, figura di spicco del femminismo, storica della filosofia politica e membro del comitato direttivo al Centro di
Riforma dello Stato. «Mi sembrerebbe poco appropriato parlare di uno spostamento Oltretevere del femminismo italiano. Quel
che è accaduto in questi anni - ma in modo sotterraneo, poco visibile - è la forte influenza del pensiero delle donne in area
cattolica e cristiana, che ha condotto a una rilettura della dottrina e a un ripensamento sul ruolo femminile nella Chiesa».
Cristianesimo e femminismo, in sostanza, come universi sempre più comunicanti. Dal Dio delle donne, interrogato da
Luisa Muraro in un recente saggio sulla "teologia in lingua materna", ai dibattiti sul sentimento religioso avviati dalla
Libreria delle donne a Milano: non mancano i segnali di questo risveglio verso il sacro, supportato dal crescente interesse
delle storiche - da Gabriella Zarri a Sofia Boesch a Sara Cabibbo - sulla cultura monastica e la santità declinata al
femminile. Un' attenzione peraltro ricambiata da papa Wojtyla e dall'ancora cardinale Ratzinger, che alla diversità femminile
hanno dedicato importanti riflessioni.
Ma questo, se può spiegare una prossimità del femminismo al mondo
cristiano, è altra cosa dall'ossequio alle gerarchie da parte delle "femministe devote" (vedi l'intervista a Luisa Muraro più
sotto). Se non indicative d' un fenomeno consistente, queste voci rappresentano tuttavia la spia d' un mutamento. Sono molte
le donne che, pur estranee alla svolta neoclericale, mosse piuttosto da istanze ambientaliste, trovano nella Chiesa un
naturale alleato contro un comune nemico: l'invasività delle nuove tecnologie, il progresso scientifico raffigurato
nella sua minacciosa onnipotenza. Un'inquietante figura s'aggira negli scritti femministi che difendono la legge sulla
fecondazione artificiale: il medico stregone impazzito, che traffica con embrioni congelati, svilisce il feto a oggetto di
consumo, impianta nei topi orecchie umane. Riaffiora così una diffidenza antica: il sapere medico vissuto come controllo,
espropriazione, disciplinamento del corpo femminile. Con conseguenze non irrilevanti. «Alle conquiste scientifiche nell'
ambito della fecondazione assistita», spiega Boccia, «non è corrisposta adeguata riflessione femminista. Il progresso è
andato avanti, al contrario l' elaborazione delle donne è rimasta ferma». Incagliata anche in alcuni tabù, come quello sul
desiderio di maternità. «Se su contraccezione e aborto fummo prodighe di discussioni, la maternità è rimasta avvolta in
un velo di silenzi, reticenze, pudori privati». Alla Boccia non si può certo imputare un difetto di riflessione: da anni,
insieme a Grazia Buffa, va ragionando su tecniche e fantasie implicite nella fecondazione artificiale (L'eclissi della madre,
uno dei suoi saggi edito da Pratiche). Cita anche il recentissimo Un'appropriazione indebita, scritto insieme a giuriste,
biologhe, genetiste (Baldini Castoldi Dalai). «Ma è ormai difficile comunicare tra noi e anche con i media. Per organizzare
il manifesto contro questa brutta legge ho fatto una gran fatica nel mettere insieme pezzi ormai dispersi del movimento. E
alla fine pochi quotidiani l'hanno accolto».
Il referendum, in sostanza, ha trovato le donne impreparate,
disperse in mille rivoli, anche un po' timorose. Concorda Franca Fossati, dall'87 al '93 direttrice di Noi donne, oggi
giornalista di Otto e mezzo: «è da decenni ormai che il femminismo tace su questioni come la tecnoscienza. Dicemmo qualcosa
tanto tempo fa, ma poi abbiamo smesso di riflettere su noi stesse. Il fatto è che non esiste più un'opinione femminista
influente, in grado di incidere nel dibattito pubblico. S'è esaurita la capacità di proposta. Questo anche per colpa nostra,
incapaci di parlare tra noi e con il mondo esterno». E' appena diventata nonna, andava con il pancione alle manifestazioni a
favore dell' aborto. «Ebbi mio figlio nel 1978, feci una sola ecografia. Allora non sapevamo niente di feto ed embrione.
L'ignoranza più totale. Anche nelle discussioni sulla legge che regolava l'aborto ci affidavamo alle testimonianze di chi i
figli li aveva già avuti. Oggi la gravidanza è documentata minuto per minuto. Ma noi non abbiamo lavorato abbastanza sulla
procreazione, sul mistero del nascere e del morire». Qualcuna, tra le militanti storiche, ha provato a parlare della
"sofferenza del feto" oltre un certo stadio della gestazione, dando voce a un diffuso "non detto" (l'intervista su Repubblica
nasceva da un suo saggio pubblicato sulla rivista Genesis). Ma l'accoglienza, in alcune stanze della grande casa femminista,
non è stata tra le più festevoli. «Tramortita: non trovo altre parole», dice Anna Bravo, storica che da anni lavora
intorno al tema della non violenza. «Mi aspettavo critiche, anche dure. Non le bordate di attacchi, la loro fulmineità, le
accuse di aver dimenticato travisato calunniato mentito. C'è chi ha smesso di parlarmi. So che ci sono state riunioni e giri
di telefonate furibonde. Mi è successo in miniatura quel che spesso succede quando ci si ammala in modo grave: quasi tutte le
relazioni si ridefiniscono, certe amiche si dileguano, persone meno intime corrono per starti vicino».
Amicizie
che si spezzano, rapporti raggelati da imbarazzo e incomprensione. Non è anche questo sintomo d' un disagio che attraversa
l'universo femminista? «Forse non è mai morta la tentazione di tutelare l'ortodossia», risponde Bravo. «è come
sopravvissuta quella forma mentale per cui il dissenso politico comporta la fine di amicizie, talvolta rotture famigliari».
«Ho perso le amiche del cuore», dice la Tavella. «Il Manifesto mi ha come schiaffeggiato, il cellulare è rimasto silente per
diversi giorni. Ricordo come un incubo la telefonata con la donna a cui devo di più nella vita, sia sul piano professionale
che su quello privato. Mi accusava di esibizionismo e superficialità. Una sofferenza vera». Forse inevitabile la
fibrillazione emotiva quando si toccano i vissuti delle persone: non sono in pochi a essersi imbattuti nel problema di aborto
non aborto, figli desiderati che non arrivano, amniocentesi dall'esito infelice, tutti temi trattati con qualche sciatteria
nell'agone referendario. «Mi sono sentita tradita dalle persone a me più vicine», racconta Franca Fossati. «Sono stati messi
in discussione principi che ritenevo condivisi. Non pensavo che il mio aborto di tanti anni fa fosse considerato un omicidio,
anche se "piccolo", come qualcuno ha avuto la bontà di scrivere. Un equivoco che non riesco a chiamare in altro modo che
tradimento, mettendoci dentro rancore, delusione, inganno. Ho realizzato che non ci capiamo più. O forse non ci siamo mai
capite».
Tra derive clericali, diffuso spaesamento e protratte afasie, rigide chiusure e lacerazioni personali,
esiste un futuro per il femminismo? «Non dobbiamo certo fermarci qui», suggerisce Fossati. «Andiamo avanti,
riprendiamo a parlare al di là delle incomprensioni». Maria Luisa Boccia punta sul confronto con il mondo scientifico,
«perché, senza scomodare Foucault, è un sapere vincente e la nostra battaglia contro sarebbe sbagliata e perdente». Sono
ormai pochi i luoghi di elaborazione, spesso non dialoganti tra loro e invisibili sui media. C' è anche un tessuto
sotterraneo di storiche e letterate, ma per lo più mancano i fondi ed anche le riviste. Oggi il femminismo si ritrova in
rete, tra il sito della Libreria delle
donne, quello della Libera Università
delle Donne a Milano e il sito Dea, guidato da due firme storiche,
Letizia Paolozzi e Bia Sarasini, insieme ad Alberto Leiss. «Negli ultimi tempi», dice Bravo, «è nato come un flusso di
discorsi, esile certo, ma che può diventare un luogo politicamente rilevante. Ho conosciuto persone nuove e per me
importanti. Mi piacerebbe ricominciare a discutere, ma a condizione di affrontare i conflitti con un atteggiamento non
violento». E il ciclone referendum, che peggio di Katrina scompagina geografie e mescola tonache e piercing? «Con alcune
amiche abbiamo deciso di non nominarlo più», risponde Tavella. «Si parla d'altro, confrontandoci sui contenuti». In attesa di
tempi migliori.