L’AFFANNO DI VIVERE

Insicurezza oceanica e fantasie d'assoluto:
tratti e difese della personalità abbandonica

 

"Tradita, abbandonata, sì. Una ferita che sanguina troppo." (S. de Beauvoir)

Le parole della Donna spezzata introducono il tema della personalità abbandonica, cioè di chi, in modo aberrante e spesso senza motivo, si crede o si sente abbandonato e conserva scopi ed oggetti identici a quelli infantili, sia da un punto di vista affettivo che concettuale.

Da un passato lontano, i traumi subiti si amalgamano con le attuali sofferenze, immergendo l'abbandonico in quell'oceano dell'assoluto, in cui cerca di non naufragare, in cui annaspa, a volte nelle onde dell'euforia, a volte nelle profondità degli abissi. D'altronde, l'oceano dell'assoluto, burrascoso, avvolgente, è meno insopportabile del placido stagno del relativo, incapace di fornire emozioni e tantomeno conferme.

Infatti, il problema precipuo di un abbandonico è l'insicurezza, totale, ancestrale, viscerale, con cui convive, giorno dopo giorno, ora dopo ora.

Pertanto, origine frequente della sofferenza, è il disaccordo con l'oggetto: la sua distrazione, le sue critiche, i suoi silenzi, le sue assenze, sono rilevati ed interpretati puntualmente come segnali, presagi della rottura imminente.

Assente, come manchi in questa plaga
che ti presente e senza te consuma:
sei lontana e però tutto divaga
dal suo solco, dirupa, spara in bruma.
(E. Montale)

L’assenza dell’altro lo precipita nell'angoscia, poiché gli viene a mancare la quotidiana rassicurazione e quell’accoglienza elettiva che, annullando magicamente i confini di spazio e tempo, assicura la partecipazione totale, la simbiosi, la continuità, creando, illusoriamente, un utero caldo, riposante, nutritivo di cui lui, l'abbandonico, è il Solo, l'Unico, Amato inquilino.

E nell'assenza, avvertendo acutamente il suo immobilismo, il suo essere quello che resta, che attende, che ama, sempre disponibile, mentre l'Altro è quello che va, che parte, che lascia, e cioè abbandona, è come se verificasse di amare più di quanto è amato.

L'espressione del tutto o niente, principio regolatore della sua vita, che ha origine dall'avidità affettiva, sviluppa il senso dell'assoluto: "Il soggetto ama assolutamente chi assolutamente lo ama. Ma non ama più chi lo ama relativamente... L'angoscia è la reazione tipo alla perdita d'assoluto".(C. Odier)

Tuttavia, poiché egli, affettivamente, non è mai andato oltre la soglia narcisistica, non instaura un autentico rapporto oggettuale: non è tanto l'oggetto che ama, quanto la sicurezza che questi gli infonde; non è tanto la gioia di donare il suo amore che teme di perdere, quanto l'appagante gratificazione di ricevere l'affetto, ed è tormentato, divorato dalla gelosia e dal sospetto che l’Altro dedichi sentimenti ed attenzioni a persona diversa.

Ho perduto anche gli occhi guardandoti, amore
e ho consumato le mani
pensando al tuo corpo fantasma.
Ho camminato a lungo nella troppa luce
della tua lontananza, ma nessuna
impronta resta nella mie neve.
Chi abita il tuo sguardo
se ora non posso vederti,
chi è che disegna il tuo corpo
se le mie mani si sono dileguate?
Da quando sei partita, sono come
naufragato nel bianco di me stesso,
e nel mio specchio si riflette un nulla. (J. Eriksson)

Talvolta, in un accesso di normalità, gli pare di sopportare meglio l'assenza. In realtà, è solo pietoso oblio.

Sopravvive, perché a tratti dimentica, fedifragamente, e si nutre di qualcosa di diverso dal latte dell’amato.

E’ anche se l’Altro ha il potere di sopprimere parzialmente l'assenza, con lettere e telefonate, non si sfugge alla morsa dell'angoscia, perché "il telefono non ravvicina, anzi, conferma le distanze" (S.de Beauvoir), perché l'attesa è, ugualmente, dolorosa fonte di inquietanti dubbi.

L'attesa è un incantesimo: il principe ha ordinato al suo vassallo di non muoversi, di aspettare.

Ma è anche un delirio: l'Altro viene allucinato, creato e ricreato continuamente, come il seno per il lattante, a cominciare dal bisogno incessante e devastante che si ha di lui: con un sussulto lo si scorge in un volto sconosciuto, la sua risata echeggia in una stanza vuota, il suo profumo pervade la notte.

Ancor più tormentosa è la falsa presenza, o presenza anaffettiva, insopportabile poichè suscita una sofferenza impotente: è un falso abbandono, correlato di deprivazione, freddezza, un gelido segnale che qualcosa sta cambiando, che l'abbandono è prossimo, ‘ che niente sarà mai più come prima ‘.

I silenzi lo lacerano come coltelli, gli suscitano la sensazione che l'Altro non è più lì, anzi, peggio, è lì senza essere veramente lì; non si sa a chi, a cosa pensi: i suoi pensieri sono le vele di un vascello, gonfiate dal vento del suo proprio Io, che sfiora ormai l'orizzonte.

L'abbandonico, per difesa, può essere o molto pauroso o molto aggressivo: può reagire, masochisticamente, accusandosi e scivolando nella depressione, oberato dai sensi di colpa, oppure con ostilità, mettendo il broncio ed assumendo atteggiamenti e linguaggio provocatori: ‘tu non mi dai niente? Bene, neanch’io’.

Si può concludere, dunque, che l'individuo abbandonico vive immerso in una sofferenza oceanica, che non perdona, che può trasformarlo in un Angelo o in un Demone, capace di amare ferocemente e di odiare altrettanto ferocemente.

Voglio che tu sappia
una cosa.
Tu sai com'è questa cosa:
se guardo
la luna di Cristallo, il ramo rosso
del lento autunno alla mia finestra,
se tocco
vicino al fuoco l'impalpabile cenere
o il rugoso corpo della legna
tutto mi conduce a te,
come se ciò che esiste,
aromi, luce, metalli,
fossero piccole navi che vanno
verso le tue isole che m'attendono.
Orbene,
se a poco a poco cessi d'amarmi
cesserò d’amarti a poco a poco.
Se d'improvviso mi dimentichi.
non cercarmi,
chè già ti avrò dimenticata.
Se consideri lungo e pazzo
il vento di bandiere
che passa per la mia vita
e ti decidi a lasciarmi sulla riva
del cuore in cui ho le radici,
pensa
che in quel giorno,
in quell’ora
leverò in alto le braccia
e le mie radici usciranno
a cercare altra terra.
Ma
Se ogni giorno,
ogni sera
senti che a me sei destinata
con dolcezza implacabile
se ogni giorno sale
alle tue labbra un fiore a cercarmi
ahi, amore mio, ahi mia,
in me tutto quel fuoco si ripete,
in me nulla si spegne né dimentica
il mio amore si nutre del tuo
amore, amata,
e finché tu vivrai starà
tra le tue braccia
senza uscire dalle mie.
(P. Neruda)

 

Testo di Claudia Galante                                                            
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