01.07.06

CLEA KOFF E LE VERITA ' NASCOSTE

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Clea Koff, antropologa di fama internazionale, a soli 23 anni ha partecipato ad una missione delle Nazioni Unite in Ruanda lavorando nelle fossi comuni per accertare le responsabilità del genocidio. Da qualche giorno è uscito anche in Italia il suo libro di successo “la memoria delle ossa”. L’intervista per Serverdonne.

Da piccola Clea Koff non giocava con le bambole. Era una bambina curiosa, non capiva come fosse possibile per gli esseri viventi diventare scheletri una volta deceduti. Non si accontentava delle spiegazioni dei genitori e così sotterrava animali morti per poi dissotterarli ed analizzare le ossa.
“Chissà cosa avranno pensato i miei genitori..”
A soli 13 anni le regalarono dei libri di archeologia ma Clea aveva già capito che l’antropologia sarebbe stata il suo futuro.
“Gli studi antropologici avevano contribuito ad accertare la verità e processare i colpevoli della dittatura militare argentina che causò migliaia di morti. Volevo anche io fare qualche di utile.”

Nel 1994, a soli 22 anni, si laurea in antropologia all’Università di Standford negli Stati Uniti.
In quell’anno in Ruanda si sta consumando il più grave genocidio della storia dell’umanità che farà contare oltre 800.000 morti. Nel novembre del 1994 l’Onu crea il Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda che nel 1996 invia nel Paese un gruppo di esperti in medicina legale. Clea Koff, a 23 anni, farà parte dell’equipe.
“Il lavoro consisteva nell’individuare le fosse comuni, esumare i corpi, analizzare i cadaveri, l’età, il sesso, statura, patologie, traumi, cause e modalità del decesso”.

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Dall’esperienza in Ruanda e nell’ex Jugoslavia, nel 2004 ha pubblicato il libro “the bone women” (ora anche in Italia “la memoria delle ossa” ed. Sperling pag. 224 € 16,00)
“All’inizio non volevo scrivere questo libro, ritenevo di non essere all’altezza però poi mia mamma ed i miei amici Anne e Sam mi hanno incoraggiata ritenendo che il mio lavoro fosse molto interessante”.
Clea ha girato il mondo con l’obiettivo di cercare la verità sul passato e restituire dignità ad un’umanità oltraggiata.

Essere all’interno di una fossa comune in Ruanda o in ex Jugoslavia non fa molta differenza. “La similarità sta nell’esperienza umana, ovunque rinvieni i corpi di persone che nelle proprie tasche hanno i documenti di proprietà delle proprie cose lasciate in gran fretta, foto di parenti, ricordi. Insieme ai cadaveri recuperi anche una parte della loro storia.”

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(Clea a lavoro)

Parlare di soddisfazioni professionali è un po’ azzardato quando si tratta di persone morte però Clea Koff ricorda con eccitazione il momento in cui riuscì a rinvenire il primo cadavere a Srebrenica. “Da più di un anno le autorità locali negavano l’esistenza di fosse comuni nella zona”.
Il lavoro di Clea è fondamentale per costruire i capi d’imputazione contro i criminali di guerra però è anche vero che difficilmente la giustizia punisce i colpevoli. Pauline Naramazuko in Ruanda non è stata ancora processata per le sue responsabilità accertate, Pinochet in Cile, Videla in Argentina trascorrono tranquillamente una vecchiaia d’orata. Quest’analisi non scoraggia Clea nel proseguire il suo lavoro, “cerco di vedere gli aspetti positivi. Quando scopriamo delle fosse comuni i giornali ne parlano e questo aiuta a far conoscere la verità. Quando scoprimmo la fossa di Ovcara vicino Vukovar, la gente del posto pensava ‘se il nostro governo ha mentito sulle fosse comuni, su cosa altro ancora starà mentendo?’ Creare una coscienza collettiva io la trovo una forma di giustizia.”

Il momento più pauroso della sua vita l’ha vissuto in Ruanda, “era notte, ho sentito degli spari, due persone sono morte, pensavo di essere la prossima, ho avuto una gran paura quella notte.”
Un po’ Tomb Raider, un po’ Dana Scully, Clea Koff rifiuta le etichetta e preferisce parlare dei suo progetti futuri.
“Ho fondato un’organizzazione no profit negli Stati Uniti, MPID (Missing Persons Identification Resource Center www.mpid.org) che aiuta i familiari delle persone scomparse ad identificare i corpi ritrovati. Il problema non è legato esclusivamente ai paesi in guerra. Nella sola California ci sono circa quattromila corpi non identificati”.

Clea Koff all’indomani della tragedia dell’11 settembre 2001 avrebbe voluto partecipare alle operazioni di identificazione dei cadaveri ma negli Stati Uniti esistono enti appositi che si occupano di queste tragedie come il Disaster Mortuary Operational Response Teams. Così Clea nel suo piccolo cerca di essere utile con l’organizzazione che ha creato ed alla quale tenta di dare maggiore visibilità.
“Ho finito di scrivere delle storie basate sulla fiction dell’MPID, si chiama Freezing e spero verranno presto pubblicate per aiutare la mia organizzazione a farsi conoscere”.

Quando non lavora cerca di trascorrere più tempo possibile con il suo fidanzato che ha conosciuto durante una missione delle Nazioni Unite e poi adora leggere.
“Mi piace documentarmi sui posti dove ho lavorato ma anche dove ci sono o ci sono stati conflitti come in Sudan, Turchia, Cecenia, voglio capire cosa accomuna i differenti contesti”.
La sua vita, la sua passione, è l’antropologia e continuerà nel suo lavoro con un unico obiettivo, far parlare i morti!

Federico Bastiani

Pubblicato da Federico il 10:20 | Comments (0)