Da aspirante giornalista per 15.000 lire ad articolo, a popolare conduttrice fino alla recente nomina a vicedirettrice del TG5.

Cesara Buonamici a cuore aperto per Serverdonne.
Non capita spesso di passeggiare per Bologna e sbirciando nelle vetrine dei negozi, incrociare lo sguardo di un volto noto del giornalismo italiano. Ogni giorno entra nelle nostre case per raccontare il mondo attorno a noi. E’ una donna molto gentile e disponibile che accetta subito di rilasciare un’intervista per il Centro di Documentazione delle Donne.
Se in tv ha una presenza “autoritaria”, di persona non trasmette soggezione e la sua ottima dizione ha cancellato l’accento fiorentino per essendo ancora legata alla sua terra di origine.
Cesara Buonamici recentemente è stata nominata vicedirettrice del TG5, un incarico tradizionalmente non femminile. Secondo lei il giornalismo italiano è discriminante nei confronti delle donne? “Non c’è discriminazione ma ci vuole tempo. Le donne sono entrate nella professione venti, trent’anni fa, ci vuole del tempo per vedere delle carriere”.
Eppure in una recente ricerca presentata a Roma dal CNEL, Chiara Saraceno ha sostenuto “che alla presenza della donna in Tv si aggiunge la poco edificante riduzione della stessa a pure oggetto di decorazione”. Rischia di essere così anche nei Tg dove si assiste ad un aumento del numero delle giornaliste? “Il tema della presenza decorativa delle donne nei programmi televisivi così come nelle riviste patinate, è stato a lungo e giustamente dibattuto ma non mi sembra da mettere in relazione alla maggiore presenza femminile nelle redazioni televisive e non. Nella professione di giornalista, sia alle prime armi che di lunga esperienza, è comunque richiesto un impegno lavorativo che non può essere compensato dalla pura presenza estetica. Inoltre ogni direttore sa bene che un giornalista a qualunque livello può incidere sulla vita degli altri negativamente, anche in un buona fede. Basti pensare alle vicende di cronaca giudiziaria o di criminalità nel riscontro delle fonti proprio per non attribuire colpe o responsabilità che non sono provate”.
In che modo emerge la differenza di genere, se emerge, nel trattamento e nel resoconto della notizia? “Non credo ci siano differenze tra l’approccio alla notizia da parte di uomo o di una donna. Conta sempre e comunque la preparazione del giornalista, la sua sensibilità, la sua curiosità. L’importante è che a seguire un certo avvenimento ci sia la persona adatta a farlo, uomo o donna che sia. Nel nostro telegiornale per esempio ci sono eccellenti inviate di guerra donna e uomini che trattano con grande gusto e garbo argomenti di costume o di cucina”.
Nel giornalismo dunque la qualità è l’elemento discriminante, intraprendere la carriera giornalistica è difficile per le donna quanto per gli uomini. Cesara Buonamici ha iniziato a lavorare per una televisione locale di Firenze poi rilevata dal gruppo Mediaset e da lì è arrivata a Canale 5.
Che consiglio si sente di dare ai giovani aspiranti giornalisti? “Bisogna domandarsi se effettivamente si vuole fare questo lavoro che non è fatto solo di vanità o di presenza in Tv. Ci vuole una continua voglia di imparare, capacità di ascolto, pazienza, scarsa attenzione agli orari di lavoro, apertura verso il prossimo ed una buona base culturale”.
Lei si ritiene una femminista convinta? “Il femminismo è un movimento rivoluzionario. E’ esistito quando c’era da fare una rivoluzione di costume, di mentalità. Oggi c’è ancora da consolidare quei cambiamenti. Per esempio è noto che le paghe delle donne siano inferiori a quelle degli uomini e non solo in Italia, ma sui principi credo non credo ci sia più da discutere.”
Una domanda sulla qualità dei telegiornali mi viene spontanea. Ho l’impressione che i telegiornali siano molto simili fra loro, quasi fotocopiati e rilegati in modo diverso ma il contenuto non cambia. Le notizie dal mondo si fermano all’Iraq o all’Afghanistan. “Francamente non mi pare. Il successo di Canale 5 è stato legato soprattutto alla diversità rispetto ai costumi della tv di Stato. La verità è che un giornale televisivo quotidiano deve dedicarsi molto alla cronaca mentre altre notizie devono essere trattate in un programma di approfondimento”.
Ha viaggiato molto per il suo lavoro, qual è stata l’esperienza più “forte” che ha vissuto? “Essere in Israele e nei Territori Palestinesi quando è ricominciata l’intifada. Per la prima volta ho capito cosa significava un lago di sangue”.
Cesara Buonamici appare una donna positiva e solare. Non si esprime sulla questione della fecondazione assistita così come non si è mai apertamente schierata politicamente cosa che invece hanno fatto i suoi colleghi Mentana e Sposini.
Che rapporto ha con Mentana? “Cosa devo dire? Sono entrata come giornalista richiesta da lui e quando ha lasciato la direzione ero capo redattore”.
Cesara adora il suo lavoro. A volte pensa di realizzare un programma televisivo tutto suo ma alla fine stare nel giornale le riempie la vita.
Lei si sente una giornalista libera? “La libertà è soprattutto uno stato dell’anima. Quindi rispondo di sì. Poi ogni organo di informazione ha la sua linea editoriale garantita dai direttori e non si può ignorare. La libertà di informazione sta nella pluralità dei mezzi di comunicazione”
Alla domanda se abbia conosciuto in vita sua una donna speciale, risponde senza esitazione “mia madre! E’ per me l’esempio quotidiano di una donna speciale: generosa, coraggiosa, tenace e comprensiva, una donna che ascolta, consiglia ma non impone e infine ha sempre un approccio positivo ai fatti della vita”. Forse è proprio questa la positività che Cesara ha ereditato e che le ha dato la possibilità di affermarsi come protagonista del giornalismo italiano.
Federico Bastiani