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 DECIDERE DI VIVERE Prefazione alla prima edizione di TRASH
C’è stato un giorno nella mia vita in cui ho deciso di vivere. Dopo la mia infanzia, dopo tutta quella lunga terribile lotta per la pura sopravvivenza, per scampare al mio patrigno, agli zii, alle macchine che vanno troppo forte, ai vetri rotti e ai pavimenti sfondati, o all’inevitabile morte accidentale che si è presa così tanti dei miei cugini; dopo aver visto tanta gente morire attorno a me, non immaginavo di dover mai fare questo tipo di scelta. Immaginavo che in me la fame di vita fosse insaziabile, infinita, che niente potesse scuoterla. Ero diventata una che ce l’ha fatta a uscirne. Una di quelle di cui gli altri parlano. Ero quella che aveva ricevuto gli occhiali dal Lions Club, un lavoro dal progetto Guerra alla Povertà di Lyndon Johnson, e alla fine se n’era andata al college con una borsa di studio. E lì avevo incontrato la gente che conoscevo solo attraverso i libri: ragazze con padri che le amavano - innocentemente; ragazzi che guidavano macchine non rubate; schiere di gente di classe media e alta della cui esistenza reale avevo sempre dubitato; giovani a cui non potevo fare a meno di paragonare me stessa. E di fronte alla loro innocenza e fiducia, alla loro capacità di amare ed essere generosi, vedevo la mia amarezza, la mia rabbia, il puro e terribile odio che mi consumava. Come tanti altri prima di me, cominciai a fare sogni struggenti di morte. Cominciai a corteggiarla. Con vigliaccheria, secondo la tradizione, vale a dire la tradizione degli altri come me: con la droga, l’alcol e la testarda mania di espormi alla violenza altrui. Ancora adesso, non riesco a capire come mai tutto quello a cui ero sopravvissuta diventò una ragione di più per voler morire. Ma una mattina entrai zoppicando nella cucina di mia madre e mi sedetti, sola, al tavolo da pranzo. Zoppicavo perché mi ero stirata un muscolo della coscia e rotta due costole azzuffandomi con una donna che pensavo di amare. Ricordo tutti i dettagli di quella mattina, i graffi che mi avevano lasciato sul polso le unghie della mia amante, l’espressione di mamma che si preparava ad andare al lavoro: lei cercava di non preoccuparsi troppo per me, io non riuscivo a guardarla negli occhi. E fu nella faccia di mia madre, nel suo silenzio che vidi me stessa, perché lei si comportava come se io fossi soltanto una lontana immagine della figlia che aveva amato e per cui aveva pregato. Mi trattava come se in un certo senso fossi già morta, o stessi per morire: ero irraggiungibile e pericolosa, come uno dei miei zii quando si sbronzano per tre giorni di fila. Era talmente umiliante che il mio orgoglio andò in pezzi. Aprii la bocca per gridare, ma la richiusi, ostinata. Fu in quel momento e per lei che presi la decisione, non ancora la decisione di vivere ma quella di non morire. Chiusi la bocca e tenni per me dolore e rabbia, e cominciai a far finta di essere una che vuole vivere, finta di avere ragioni sufficienti per lottare e uscire dalla trappola che mi ero costruita da sola, anche se quelle ragioni non le avevo ancora trovate. Mi aggirai zoppicante e silenziosa per i mesi che mi ci vollero a trovare un lavoro in un’altra città e sparire. Per arrivare in quella città presi un autobus e non parlai con nessuno, firmai i documenti che facevano di me un’impiegata pubblica di infimo livello e finii in una stanza di motel a mangiare panini al burro di arachidi in modo da poter usare la mia diaria per comprarmi gonne e camicette rispettabili, quel genere di vestiti che non mettevo più dalle scuole medie. Ogni sera facevo a piedi i dieci isolati dalla scuola di formazione fino al motel, dove mi avvolgevo nei pesanti tendaggi, aprivo le finestre e me ne stavo seduta come in una tenda. Mi raggomitolavo lì e fumavo l’erba che mi ero portata. Una parte di me sapeva cosa stavo facendo, che decisione stavo prendendo. Ma un’altra parte di me, la più grande, non era ancora in grado di affrontarla. Stavo cercando di rafforzare la mia decisione di vivere, ma non sapevo se ci sarei riuscita. Dovevo cambiare la mia vita, avanzare a piccoli passi in un futuro di cui non mi fidavo, e cominciai con l’esaminare prima il terreno su cui mi trovavo, per capire com’ero diventata la donna che ero. Di giorno giocavo a essere quello che i miei datori di lavoro pensavano che fossi: una laureata seria e lavoratrice, una donna che si accinge a una solida carriera nella previdenza sociale. Magari, pensavo, a forza di giocarci sarebbe diventato vero; ma mi sentivo come un’attrice a cui hanno dato una parte che non è fatta per lei. Avevo bisogno di tutta la mia concentrazione per non ridere nei momenti meno opportuni e per tenere la bocca chiusa quando non avevo idea di cosa dire. C’era una sola cosa che poteva aiutarmi a superare quelle settimane. Ogni sera mi sedevo con un taccuino giallo di carta formato A4 e scrivevo la storia della mia vita. Scrivevo tutto: tutto quello che ricordavo, tutte le storie che mi avevano raccontato, i nomi, i posti, le scene - il sangue spruzzato sul muro in quella notte tremenda che continuava a tornare nei miei sogni - i sogni stessi, la gente che c’era nei sogni. Il mio patrigno, i miei zii e cugini, le mie disperate zie e le loro ancora più disperate figlie. Scrissi quello che ricordavo delle donne. Il mio terrore e il desiderio fisico che provavo per le mie simili; le urla e le litigate; le lunghe, lente occhiate e gli approcci ancora più lenti; le mie mani sempre tremanti al toccare un corpo che era così faticoso ammettere di desiderare; il mio non saper mai chiedere quello che volevo, mai accettare quando mi veniva offerto. Mi torcevo le dita e mi mangiavo le labbra a ripensare alle contorte e premeditate bugie che avevo raccontato a loro e a me stessa, a quel che c’era sotto gli episodi buffi che raccontavo: le storie nascoste della mia vita, la mia famiglia, la mia infanzia, la povertà incalzante e senza scampo e la vergogna che avevo sempre cercato di nascondere perché sapevo che nessuno avrebbe creduto a quello che avevo da raccontare. Scrivere tutto fu un sollievo. Mettere quelle storie sulla carta significò farle uscire dalla dimensione dell’incubo e mi fece quasi amare me stessa perché ero infine capace di affrontarle. Più sottilmente, mi fornì un modo per amare quelli di cui parlavo, perfino quelli con cui avevo combattuto o che avevo odiato. In quella città dove non conoscevo nessuno, ero senza soldi e non avevo niente da fare per riempire le sere a parte lavarmi i vestiti, leggere dei tascabili e cercare di capire come ero finita in quel posto. Non ero il tipo di persona che può pensare di chiedere aiuto o mettersi a parlare dei suoi problemi personali. E non ero neanche tanto stupida da pensare di poterlo fare senza rischiare quel poco che mi ero conquistata. Insomma conoscevo il pericolo di rivelare troppo della mia vita, ma non immaginavo che qualcuno potesse leggere le mie storie sconclusionate e urlate. Scrivevo per me stessa, cercavo di dare una forma alla mia vita al di fuori dei miei terrori e della mia impotenza, di renderla visibile e reale, tangibile, allo stesso modo in cui le vite degli altri sembravano reali: le vite che leggevo nei libri. Da bambina avevo creduto nei libri, ma sulla carta stampata non avevo mai trovato né me né i miei. I miei familiari venivano sempre trasformati in caricature o in piatte figure di maniera, come santini. Non avevo mai trovato le mie amanti, con la loro forza e passione. Al di fuori della testardaggine di mia madre e della mia indignata arroganza, non avevo mai trovato ragione per credere in me stessa. Ma mi venne in mente di costruirmela in quelle pagine. Di giorno, andavo ai corsi, memorizzavo codici, numeri e schemi. Di notte scrivevo le mie storie. Al lavoro strappavo pezzetti di carta per prendere appunti su quello che volevo scrivere, appunti che poi in maggioranza finivano abbandonati nel taccuino. Quello che sgorgava da me non poteva essere pianificato né controllato; usciva come acqua da un rubinetto spalancato, spingendo avanti a sé le mie paure. Alla fine del primo mese, avevo preso l’abitudine di sedermi sul tetto del motel, non più fumata, ma sempre scrivendo. E scrivevo anche lettere a tutte le donne che non pensavo più di rivedere, spiegando le cose che mi balzavano agli occhi man mano che scrivevo le mie storie. Erano lettere che non avevo intenzione di spedire, e infatti non le spedii mai. Anche le lettere erano racconti - bugie, perlopiù - storie goffe e disperate per autogiustificarmi. Passato quel mese, venni assegnata a una città lontana, misi via il taccuino giallo e partii, assicurandomi che nessuno di quelli che mi avevano conosciuta prima sapesse dove trovarmi. Mi buttai nella comunità delle donne, innamorandomi un giorno sì e uno no, e cominciai a cercare di scrivere seriamente: poesie, saggi, inizi di racconti. Fui perfino editor di una rivista femminista. In tutto quel periodo le storie le raccontavo a voce, soprattutto storie vere su di me, la mia famiglia, le mie amanti, con quell’accento del Sud che le rendeva più divertenti di quanto non fossero. Quello per me fu un periodo buono, nel complesso, ma non scrissi niente che mi sembrava valere la pena di essere conservato. Quei nuovi racconti non li riposi insieme ai taccuini gialli che avevo chiuso in un baule di mia madre. Mi dissi che i taccuini gialli erano grezzi e non rifiniti, proprio come sentivo di essere io, e che le storie divertenti che raccontavo alla gente erano meglio, erano il lavoro di una che sarebbe diventata una ‘vera’ scrittrice. Passarono tre anni prima che tirassi fuori quei fogli gialli e li rileggessi, e capissi com’erano diventate vacue e utilitaristiche le mie storie divertenti. Su quei taccuini gialli c’era molta amarezza. Non mi riconoscevo in quella voce rabbiosa, lamentosa e piena di odio che raccontava tutti quei ricordi orribili e violenti. Strano, ma erano le stesse storie che andavo raccontando ormai da anni, eppure allo stesso tempo completamente diverse. A voce, le avevo rese ironiche e scherzose. I personaggi erano diventati eccentrici, affascinanti, non erano più i bastardi insensibili, meschini e maligni che erano sulle pagine dei taccuini, le donne pericolose e spaventate, e gli uomini ancora più pericolosi e altrettanto spaventati. Non sopportavo né le parole sulla carta né quello che mi dicevano di me stessa. Il collo e i denti cominciarono a farmi male, e non ero per niente sicura di voler vivere con tutta quella roba dentro di me. Ma tenni duro, e rileggerle diventò parte integrante del processo di sopravvivenza, della decisione, ancora una volta, di vivere, e di tenere fede a quella decisione. Per me quelle storie non erano evasione o intrattenimento: erano la materia prima della mia vita, e intuivo, senza sapere ancora bene il perché, che mi erano necessarie. Presi quelle storie e le riscrissi. Alcune le feci diventare divertenti. Alcune diventarono delle poesie. Feci le donne belle, ferite ma coraggiose, mentre gli uomini scomparivano nello sfondo. Infusi speranza nei bambini e passione nel paesaggio, mentre il collo mi doleva e si irrigidiva, e mi ritrovai a desiderare follemente un bicchiere di whisky o la rabbia di una donna per distrarmi. Non ne uscì niente che valesse la sofferenza che mi era costato. Niente che rendesse comprensibile me, o i miei. Niente che dicesse la verità , e ogni menzogna che scrivevo era la prova che non valevo né il dolore di mia madre, per cui la mia era una vita sprecata, né la fredda paura delle mie sorelle, che temevano che parlassi di loro. Misi via tutto. Cominciai a vivere la mia vita come se niente di ciò che facevo dovesse sopravvivere fino all’indomani. Mi servii della sofferenza e dell’odio per tenere a distanza la mia infanzia, la mia storia, il mio sentirmi parte di qualcosa di più grande di me. Mi servii delle donne e dell’alcol, del continuo lavoro politico che mi faceva sentire virtuosa, e mi sottoposi a una serie di prove a denti stretti, per convincermi che non avevo niente da decidere, che per sostenermi mi bastavano le solite cose, quelle che contano per tutti, e niente di più. Lavorai per un giornale femminista. Studiai teoria politica, storia, psicologia e presi una laurea in antropologia, come se tutto ciò dovesse tacitare il boato nella mia testa. Vidi le donne amarsi, farsi la guerra e distruggersi a vicenda senza mai prendere atto del danno che facevano - il danno che ognuna di noi faceva alle altre. Macinai libri e conferenze, gruppi di autocoscienza e gruppi di studio, organizzai comitati e pragmatici fronti di coalizione. Feci cose che non capivo per ragioni che non avrei saputo spiegare, solo per essere in movimento, per cercare di fare qualcosa, cambiare qualcosa in un mondo che volevo disperatamente cambiare, ma che non riuscivo a immaginare fatto per me. Tutto ciò faceva parte del decidere di vivere, anche se non lo sapevo. Così come non sapevo che ciò di cui avevo bisogno doveva venire da dentro di me, non passarmi sopra la testa. L’amarezza in cui ero nata e che era stata alimentata dentro di me non poteva trovare sfogo in un’amante o un litigio o in riunioni fino a tarda notte e nella goffa prosa dei volantini. Forse non avrebbe trovato sfogo mai. La decisione di vivere quando tutto dentro e fuori grida morte non la si prende in un momento, ci vogliono anni, e nessuno mi ha mai detto come si fa a capire quando il processo è completo. Ma venne finalmente una notte in cui mi svegliai sudata e rabbiosa e con la paura di non poter dormire mai più. Tutte quelle storie mi risalivano su per la gola. Echi di voci nel collo, risate dietro le orecchie. Avevo una paura tremenda, tremenda, di essere infine pazza come giustamente dovevano essere quelli come me. Ma nella pancia sentivo un disperato desiderio di vivere, e le storie che avevo nascosto per tutti quegli anni erano sangue e ossa di quel desiderio. Metterlo giù, raccontarlo di nuovo, dare senso a qualcosa - una volta sola, santo Dio - essere reale nel mondo, senza menzogne né evasioni né stupidi fronzoli. Mi alzai e scrissi una storia, dal principio alla fine. Era una di quelle del taccuino giallo, una di quelle già riscritte, ma stavolta era ancora diversa. Non era veramente me né mia mamma o le mie ragazze, non era veramente nessuna delle persone reali, ma dentro c’era la sensazione, la rabbia assoluta, il dolore della mia vita. Non era la voce lamentosa, ma aveva l’accento del Sud, e aveva, anche, la gioia e l’orgoglio che a volte sentivo per me e per i miei. Non era biografia ma neanche bugie, e pulsava al ritmo delle paure delle mie sorelle e della mia disperata vergogna, e finiva con tutte le domande e le decisioni ancora aperte - soprattutto la decisione di vivere. Era un inizio aspro, duro, il mio grido di vita contro la morte, di forma e sostanza contro il silenzio e la confusione. Era soprattutto il mio profondo desiderio di vivere con tutto il mio corpo e la mia forza sulla carta, un modo di dire la verità , una verità non avvilita nÈ distorta dal bisogno di compiacere nessuno. Per me è una specie di magia. Senza questo, non riesco a immaginare la mia vita. Senza questo, non ho modo di sapere chi sono. Ci riesco una volta, due, ogni tanto. Non sempre riesco a rendere vero sulla carta il mondo che conosco. Riesco a far respirare forte le donne e gli uomini che amo in una stanza vuota. A dare forma, nell’ignota oscurità dell’immaginazione altrui, ai sogni di cui non oso parlare. Scrivere queste storie è il solo modo che conosco per accertarmi che ancora una volta ho deciso di vivere, per opporre, momento per momento, un piccolo grumo di testardaggine a un oceano di ignoranza e cancellazione. Scrivo storie. Scrivo fiction. Quello che metto sulla carta è il mio terzo sguardo sulle cose che ho visto nella vita: l’esperienza condensata e reinventata di una lesbica della classe operaia, strabica, assuefatta alla violenza, al linguaggio scurrile e alla speranza, che ha preso la decisione di vivere, è determinata a vivere, sulla carta e non, per me, e per i miei.
Dorothy Allison |