Â
Sotto la maschera un’altra maschera. Non finirò mai di sollevare tutti questi volti. (Claude Cahun)  Una decina di anni fa circa, esce in Francia una lunga biografia dedicata a un’artista che scriveva sotto lo pseudonimo di Claude Cahun ed era molto vicina al movimento surrealista. Scrittrice e soprattutto fotografa, di lei si era ricominciato a parlare solo qualche anno prima, in occasione di una mostra a Parigi e a New York. Tuttavia, nonostante l’attenzione crescente, seguita al quasi totale oblio, e la mole di dati sulla sua vita (prima decisamente mal conosciuta) offerta dal suo biografo(1), Claude Cahun resta un personaggio enigmatico e sfuggente. La sua opera é stata in parte distrutta, in parte dispersa alla morte della sua compagna, Suzanne Malherbe (in arte Moore), ma lei stessa, in vita, si era sempre mostrata restia a considerarla un’opera e aveva sempre rifuggito la notorietà e la pubblicità pur partecipando attivamente non solo al surrealismo, e in particolare al gruppo Contre-Attaque, ma anche a esperienze teatrali e diventando durante la guerra un’attivista politica a fianco della resistenza. Questo atteggiamento sembra in contrasto con un lavoro artistico che pone al centro l’autoritratto, sia attraverso l’immagine (fotografie, fotomontaggi) sia attraverso la scrittura (in particolare con i testi-confessione raccolti sotto il titolo di Aveux non avenus da poco ripubblicati(2)) e proprio per questa ragione suscita tanto interesse oggi, in un periodo in cui da tempo sono venute in primo piano molte questioni che riguardano l’identità e la soggettività . Il contrasto però é forse solo apparente perché ciò che vuole evitare Claude Cahun é piuttosto quella consacrazione in personaggio pubblico che obbliga a fissarsi in un’immagine. Lei rivendica infatti non solo un’assoluta libertà di espressione a livello dei costumi e in particolare della sessualità (ben prima della presa di posizione di Révolution surréaliste nel 1928) ma l’estrema mobilità di un “io†polimorfico che anche adesso, nelle letture più attuali delle sue fotografie, divenute a volte delle icone, corre il rischio – inevitabile – di essere ridotto a etichette. Gli autoritratti di Cahun, che sceglie di presentarsi, tra l’altro, sotto l’ambivalente nome di Claude (in francese sia femminile che maschile) sono una messa in scena sempre diversa di un volto e di un corpo capace di assumere tutte le forme e di cambiare genere tramite tecniche di anamorfosi, accumulazione, ripetizione, spostamento che spezzano le polarizzazioni rigide su cui si costruiscono i ruoli codificati, sia maschili che femminili, e mostrano soprattutto la più intima estraneità a sé del soggetto. Un’estraneità che non penso si debba intendere come il segno di una crisi (nonostante non eviti le contraddizioni e le ambivalenze), ma come un’apertura; un’apertura alla trasformazione e all’alterità sempre temuta perché mina quell’idea di identità chiusa su sé stessa che trionfava in quegli anni con il fascismo e il nazismo. L’opera di Cahun mi pare soprattutto una affermazione positiva e per molti aspetti travolgente, la dichiarazione che alla domanda “chi é Claude Cahun†si possono dare soltanto innumerevoli risposte.
(1) François Leperlier, Claude Cahun. L’écart et la métamorphose, Paris, Jean-Michel Place, 1992 (2) Claude Cahun, Ecrits, Paris, Jean-Michel Place, 2001
(di Monica Fiorini, in Towanda! Rivista lesbica, n. 6, giugno/agosto 2002, p.6)Â |