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Intervista a Maria M. Rivera Garretas, autrice di Donne in relazione. La rivoluzione del femminismo

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“Donne in relazione” è un libro estremamente originale, nel quale l’autrice Maria Milagros, docente di storia all’Università di Barcellona, analizza la nascita del movimento femminista sostenendo che “il malessere la cui presa di coscienza mise in moto il movimento delle donne nell’ultimo terzo del XX secolo è scaturito dalla rottura dialogo con la propria madre intorno ai fondamenti della vita e della convivenza umana”.

La presa di coscienza di tale rottura e poi il recuperare la relazione materna fino a farla entrare nell’agire politico, mettendo in gioco la relazione, rappresentano il sorgere di una “nuova civiltà”. Maria Milagros Rivera Garretas descrive l’importanza dell’agire in relazione analizzando in maniera profonda temi centrali della vita quotidiana delle donne e del movimento femminista.

La sua visione della nascita del movimento femminista è estremamente originale. Cosa ha significato per lei la rottura con il rapporto materno?

La rottura del dialogo con la propria madre riguardo ai fondamenti della vita e della convivenza umana è stata una conseguenza di un doppio messaggio che le nostre madri ci hanno trasmesso: ci volevano libere, ma non hanno saputo farci vedere la libertà nel femminile. Nella sofferenza di tale negazione abbiamo compreso che la nostra idea di libertà dovevamo scoprirla da sole. Per me, questo fu il senso principale dell'ordine simbolico della madre, un dirmi: “posso segnalarti la libertà, ma non predeterminare la tua storia: ti ho dato il corpo e la parola". Scoprire questo nelle relazioni con le altre donne, mi restituì mia madre. Oggi, alla fine del patriarcato, la relazione con la propria madre è molto più dolce di allora, però penso che nella relazione di una figlia con sua madre esista sempre una zona d’ombra preziosa, in cui proteggere la propria singolarità.

Lei affronta il tema della violenza contro le donne mettendo in luce l‘importanza della “capacità di percepire la dignità della donna maltrattata e accoglierla in noi stesse per condividere con lei il suo dolore”. Penso che questa capacità non sia facile da acquisire e spesso le incomprensioni maggiori sulla violenza di genere provengono proprio dalle donne.

L'emancipazione ci ha portato a rifiutare le cose superflue e a volte anche le cose necessarie per vivere. Nessuno può vivere senza la propria storia, anche se si tratta della storia di un campo di sterminio. Noi femministe volevamo che le donne vittime di violenza si lasciassero dietro la propria storia e loro volevano sorpassarla. La cosa importante per me è, mediante la relazione con un'altra donna, riuscire a trovare in ogni contesto la giusta misura che separa la libertà dal masochismo e contemporaneamente evitare di credere di potersi lasciare facilmente i propri fallimenti alle spalle.

Nella nostra società si parla moltissimo di conciliazione dei tempi di lavoro e di vita privata per le donne. Le difficoltà economiche e il cambiamento delle forme contrattuali rischiano di mettere in crisi il ruolo della donna come depositaria dei momenti significativi della vita, come lei lo definisce nel suo libro. A quali conseguenze porterà tale cambiamento?

Una conseguenza molto spiacevole è l’aumento del tasso di malattie tra le ragazze. Il corpo femminile protesta davanti a tanta mancanza di sentimento, davanti a tanto donare e tanto poco ricevere quei regali meravigliosi che sono i momenti significativi della vita. Da questo derivano sofferenza, tristezza, l’impossibilità di avere figli o quei cancri che sembrano delle vere e proprie proteste. Una conseguenza molto positiva, invece, è l'esigenza da parte delle giovani di cambiare l'organizzazione del proprio lavoro in modo da poter avere il tempo per continuare ad essere donne senza smettere di lavorare fuori casa.

Lei affronta anche il tema della migrazione femminile, un tema di grande attualità, poiché nelle nostre società conviviamo con donne straniere che permettono ad altre donne di avere una migliore conciliazione tra tempi di lavoro e tempi della vita personale. Nonostante questo le donne straniere sono molto spesso isolate e invisibili. Da cosa è dovuta questa mancanza di solidarietà femminile? Non si rischia di imporre un nuovo paradigma maschilista attraverso la relazione tra donne autoctone e donne immigrate?

Alle europee costa molto rendersi conto che le immigrate possono essere maestre di libertà. Me ne resi conto un paio di giorni fa leggendo un testo di un'esiliata colombiana, Gloria Serrato Azat, che lavora a Madrid con le donne africane. Diceva che le immigrate sono qui perché erano libere prima di venire. Questo ha rivoluzionato il mio modo di pensare basato sul modello capitalista. Anche Marina Terragni, nella rivista “Via Dogana”, ha condiviso tale visione. Dubito che le immigrate si lascino imporre un nuovo paradigma maschilista. Quando le sento parlare sui trasporti pubblici percepisco in loro un enorme senso di libertà nel loro essere donne.

Un aspetto che mi ha toccato molto nel suo libro è l’analisi della libertà sessuale. Lei afferma che un altro aspetto importantissimo del movimento delle donne è stata la liberazione sessuale, ma “la sessualità è cultura solo quando accompagna l’amore”. Spesso la liberazione sessuale è stata vista come la possibilità per le donne di avere molte relazioni, invece lei ne ha dato un’interpretazione completamente diversa. Pensa che le donne siano consapevoli di cosa significhi davvero essere libere sessualmente?

Noi donne abbiamo molta consapevolezza. Impariamo dagli errori e soffriamo con passione. Uno di questi errori è stato il credere che la libertà sessuale coincidesse con la libertà sessuale maschile, ovvero con la possibilità di avere molte relazioni. Non so se tuttora sia percepita così, in ogni caso noto molto tra le donne la ricerca dell’amore unito alla sessualità.

Commenti   

 
roberto
0 #1 roberto 2012-08-26 13:42
:-) Anche solo il titolo del libro rivela l'intelligenza dell'Autrice. L'intervista, poi, enuncia un dato basilare: la capacità-necess ità di rivedere il proprio pensiero. E' questa visione dinamica, interiore al proprio pensiero, e esteriore, rispetto all'oggetto studiato, che colpisce. Inoltre, sono andato sul vostro sito per capire i significati della parola donnità. Come dare a una bambina i valori presupposti da questo termine? Come può enunciarli una bambina, ed esserne cosciente? Senza che il tutto venga vissuto come diversità, ma, invece, reale e legittimo modo di essere. Grazie, comunque. Siete preziose. Roberto
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